Otto Marzo, Civica: Ancora duecento anni per parità imprenditoriale

Una retribuzione mensile che a tre anni dalla laurea risulta di 307 euro inferiore a quella dei colleghi uomini, una pensione più bassa del 46%, una conduzione imprenditoriale che è meno della metà di quella maschile. Una parità di genere che, mantenendo le condizioni attuali, sarebbe realizzabile tra 200 anni.

Questa la foto scattata dalla Uil di Roma e del Lazio, in collaborazione con l’Eures, sul confronto di genere nella nostra regione. “Una fotografia sconfortante – commenta il segretario generale della Uil di Roma e del Lazio, Alberto Civica – da dove emerge quanto il nostro Paese sia lontano anni luce ancora da una reale parità e quanto le politiche per le donne siano sempre più parole di circostanza e sempre meno fatti concreti. Ne è una conferma non solo il divario retributivo e pensionistico, ma anche le maggiori difficoltà di accesso alla carriera imprenditoriale e ai ruoli dirigenziali. Nonostante spesso le donne abbiano più titoli e requisiti di molti colleghi uomini”.

Secondo i dati del Miur e di Almalaurea, infatti, le donne ottengono migliori risultati in termini di scolarizzazione. Eppure soltanto il 35% dei dirigenti degli enti locali è rosa, contro il 65% degli uomini (con un gap di 30,1 punti percentuali) e anche tra gli eletti in parlamento vi è uno scarto di 28,1 punti percentuali (64% contro 36%). Differente anche lo stipendio tra i due sessi: la retribuzione oraria media di una donna è di circa 2 euro inferiore a quella degli uomini (15,6 euro per gli uomini contro 13,6 euro per le donne) e, tra i laureati, a tre anni dalla fine degli studi si ha uno scarto retributivo di ben 307 euro (1.398 euro il guadagno medio degli uomini contro 1.091 euro per le donne). Cosa che si riflette ovviamente anche nei trattamenti pensionistici: i dati INPS evidenziano come nel Lazio quasi il 90% degli assegni incassati dalle ex lavoratrici del Lazio si attesta sotto la soglia dei 1.000 euro mensili, scendendo tale percentuale al 63,1% per gli uomini. Di contro, le pensioni “d’oro” (di importo superiore a 4.000 euro) rappresentano il 3% del totale per gli uomini, a fronte di una percentuale pari ad appena lo 0,2% per le donne. E’ proprio la Capitale a registrare il divario maggiore con uno scarto del 47% (ovvero 634 euro in termini assoluti, 1.350 euro l’importo medio mensile per i pensionati a fronte di 716 euro per le pensionale).

“Capitale dove le donne subiscono una doppia penalizzazione – commenta la segretaria regionale Uil Laura Latini – una dovuta appunto alle differenze economiche e contributive, l’altra alla carenza di servizi che possano agevolare l’accesso al mondo del lavoro. E per carenza di servizi intendiamo la mancanza di welfare aziendale, le difficoltà per l’accesso ai nido pubblici, l’inesistenza del telelavoro, oltre che una bassa presenza di centri antiviolenza e associazioni che tutelino le donne in difficoltà. Argomento questo solo apparentemente distante da quello occupazionale, perché in realtà una donna sola e in difficoltà ha di certo meno possibilità di accedere al mondo lavorativo e a mantenere il proprio posto di lavoro”. Le differenze di genere si accentuano se riferite al contesto imprenditoriale, dove il gap di genere è pari 48,2 punti a livello regionale (74,2% la percentuale di imprese “maschili” contro il 26,5% di quelle femminili). E anche in quest’ambito è Roma a conquistare la maglia nera, con una percentuale di imprese “rosa” pari ad appena il 24,7%, risultando l’unica provincia a registrare un divario di genere superiore alla media regionale (50,6 punti).

Sempre che le donne riescano ad accedere al mondo del lavoro. Il tasso di occupazione femminile regionale infatti si attesta al 51% contro il 67,2% di quello maschile, segnalando uno scarto di ben 16,1 punti percentuali. Sono le province del sud del Lazio a registrare le maggiori criticità con un tasso di occupazione femminile che non raggiunge neanche il 40% a Frosinone e Latina. Mentre Roma registra l’indice più elevato, con il 54,4%. Un gap occupazionale che comunque si è leggermente ridotto negli ultimissimi anni. Ciò però è dovuto prevalentemente alla crisi dell’edilizia e alla conseguente perdita di lavoro da parte di lavoratori uomini. Mentre rimane sempre elevato il tasso di disoccupazione femminile che a livello regionale si attesta al 12,3%, contro l’11,5% di quello maschile. La situazione più critica si evidenzia nelle province di Viterbo (con un tasso di disoccupazione femminile al 16,8% e un gap pari a 5,4 punti), Frosinone (17,7% il tasso di disoccupazione femminile e un gap di 2,4 punti) e Latina (con il più alto tasso di disoccupazione femminile, che arriva al 18,8%, e un gap pari a 3,7 punti), mentre più soddisfacenti risultano le performance di Rieti e Roma, sia relativamente al tasso di disoccupazione femminile, sia in termini di scarto con la componente maschile: se Roma è la provincia che registra il livello più basso di disoccupazione femminile (10,8%, con un divario di genere pari a 0,2 punti percentuali), Rieti al contrario segnala un gap di genere negativo (-0,7%), evidenziando un tasso di disoccupazione femminile inferiore a quello maschile (12% per le donne contro 12,7% per gli uomini).

“Una situazione che dovrebbe far riflettere seriamente le nostre istituzioni locali e regionali – conclude Civica – perché se è giusto ricordare l’8 marzo, lo è ancor di più attivarsi perché tali discrepanze vengano eliminate. Si tratta di differenze prevalentemente culturali, frutto di un sistema che, purtroppo, rimane maschilista e patriarcale nonostante gli sbandierati traguardi raggiunti. Nella maggior parte dei casi, continuano a essere le donne ad occuparsi dei figli, dei loro impegni scolastici ed extra scolastici, ma non si creano le condizioni perché tali compiti possano essere agevolati da un sistema davvero integrante e paritario. Anzi queste diversità anche economiche e lavorative, divenute oramai la norma, acuiscono ulteriormente il divario, rischiando di retrocedere di decenni”.

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